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L’attività di Asset Management: performance e incentivi di Alberto Lanzavecchia


L’evoluzione della quota di risparmio finanziario delle famiglie italiane affidato in gestione a intermediari specializzati delinea un trend di crescita impressionante. Più in dettaglio, l’investimento in quote di fondi comuni passerà da 367 mila a oltre 1 milione di miliardi, le gestioni patrimoniali da 375 mila a oltre 600 mila miliardi, tra il 1997 e il 2001.

Assume così crescente centralità e importanza il gestore del risparmio delle famiglie, e delle loro attività finanziarie in particolare (asset manager). Come valutare la performance del gestore? Come evitare conflitti d’interessi tra le parti? Come allineare gli obiettivi del gestore con quelli dell’investitore? Nel prosieguo dell’articolo si cercherà di tracciare alcuni spunti per rispondere a queste domande.

Il rapporto che lega investitore e gestore è un tipico rapporto principale/agente: il primo conferisce un mandato di gestione, il secondo s’impegna al rispetto dei vincoli contrattuali e normativi, senza assumersi alcun impegno sul rendimento. Un investitore seleziona i potenziali gestori confrontando le loro performance pubblicate, ma chi è già cliente di un asset manager non lo valuterà sulla base di quel dato, ma osserverà il rendimento del proprio investimento. Tuttavia, nel fare questo, si corre il rischio di commettere l’errore di utilizzare la stessa metodologia di calcolo per due finalità distinte: il rendimento del portafoglio investito dal cliente da un lato, e l’abilità del gestore dall’altro. Apparentemente le due prospettive sembrano coincidere, ma, a ben vedere, non è così.

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