Economia
03/10/2007
Finanziaria 2008: dichiarazione di Luca di Montezemolo
Con l’intervento in materia fiscale la finanziaria si muove nella giusta direzione. La riduzione delle aliquote di IRES e IRAP rappresenta un elemento importante, anche se avrà un impatto sostanzialmente a saldo zero per il complesso del sistema produttivo. Accoglie le indicazioni di Confindustria e, per il forte contenuto di semplificazione e di razionalizzazione, potrà generare da subito effetti positivi. E’ una manovra che ci consente di non aumentare le distanze con i paesi che hanno già ridotto la pressione fiscale sulle imprese, a cominciare dalla Germania, e favorirà l’attrazione di investimenti internazionali, in cui il Paese è tra gli ultimi nella graduatoria globale.
La semplificazione che viene introdotta, è utile a tutti ma soprattutto per le piccole e medie imprese. Per le PMI sono anche previsti interventi specifici – che riguardano ad esempio le spese di rappresentanza - e più in generale viene incentivata la crescita dimensionale.
Per l’IRES, l’imposta sui redditi di impresa, il taglio dell’aliquota di cinque punti e mezzo, dal 33% attuale al 27,5%, è significativo e favorisce imprenditorialità e investimenti. Forse ancora più importante è la riduzione dell’aliquota IRAP – che scende dal 4,25% al 3,9%. Questo intervento si aggiunge alla sensibile riduzione IRAP che deriva dal taglio del cuneo fiscale e che comincia a far sentire i suoi effetti sui conti delle imprese. Il taglio dell’IRAP aiuta anche il rilancio dell’occupazione. Ora si tratta di evitare politiche di segno contrario a livello locale come le addizionali IRAP introdotte da alcune regioni per finanziare una spesa sanitaria fuori controllo. Per scongiurare il ripetersi di questa possibilità è positiva l’introduzione del commissariamento ad acta per le regioni che non rientreranno dai deficit sanitari.
Una migliore competitività delle imprese è nell’interesse di tutto il paese ed è alla base non solo della ripresa economica degli ultimi due anni, ma anche del maggior gettito fiscale di questo periodo.
La manovra contiene elementi interessanti per quanto riguarda le infrastrutture. Ci sembra invece ancora troppo timida per quel che riguarda i tagli alla spesa pubblica, che continua a correre agli stessi ritmi del Prodotto Interno Lordo. E questo non va bene. Per liberare risorse utili alla crescita occorre che la pubblica amministrazione spenda meno e meglio.
In questi mesi la politica delle entrate ha dato risultati importanti. Proprio per questo, con una politica di tagli e di riqualificazione della spesa, sarebbe possibile abbattere il debito, liberare risorse per il futuro e ridurre la pressione fiscale complessiva. Questa deve essere la strada da percorrere. E’ arrivato il momento di innescare il processo virtuoso “meno tasse, meno spese, più investimenti”.
Meno tasse per le imprese, nell’interesse della crescita economica, ma anche meno tasse per chi nelle imprese lavora, operai e impiegati. A questo deve servire la lotta all’evasione fiscale, che condividiamo perché l’evasione favorisce i furbi a danno degli onesti e sottrae risorse alla crescita del paese.
Ma sviluppo economico e difesa del potere d’acquisto vanno trovati anche rilanciando davvero un vasto processo di liberalizzazioni. La Commissione di Bruxelles stima che rimuovere tutti i vincoli esistenti nel settore dei servizi porterebbe ad un aumento della crescita dell’1,8% e alla creazione di 2,5 milioni di posti di lavoro nell’Unione Europea.
In Italia, dove le restrizioni sono più ampie, questo stesso processo potrebbe portare ad una maggiore crescita del PIL nell’ordine del 2% , con grandi benefici sul versante dei costi per tutti i consumatori. Le liberalizzazioni aprono nuovi mercati, abbassano i costi di produzione, rendono più facile fare impresa.
Abbiamo bisogno di liberalizzazioni in tutti i settori, a cominciare dai servizi pubblici locali dove si continua a dare vita a società per azioni a controllo pubblico di cui non si capisce la necessità.
Più concorrenza è l’altra ricetta per recuperare competitività in una situazione dove dobbiamo confrontarci con sfide sempre più impegnative. La rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro è certamente una di queste e sta agendo da freno alla crescita nel suo complesso. E’ stato calcolato dalla stessa Banca Centrale Europea che una rivalutazione effettiva del cambio reale come quella che c’è stata nell’ultimo anno equivale ad un aumento dei tassi di interesse di oltre un punto. E può abbassare la crescita del PIL di uno 0,3%, con effetti più gravi in paesi come Italia e Germania che hanno una più alta quota di manifatturiero, il settore in prima linea sul fronte della competizione internazionale.
Finora le imprese italiane hanno reagito con grande capacità e con una forte spinta all’internazionalizzazione, sfruttando anche il fatto che investimenti e acquisizioni fuori dell’area dell’euro sono diventate più convenienti. Ma vi sono molte cose che possiamo fare come sistema paese per rafforzare le nostre possibilità di crescita.
I costi dell’energia sono da questo punto di vista un fattore chiave: l’Italia, con una maggiore quota di gas e petrolio rispetto agli altri paesi europei, risulta fortemente penalizzata. Le aziende italiane pagano oggi l’elettricità il 25% in più rispetto alla media europea: il 7% in più rispetto alla Germania, il 57% rispetto alla Spagna, l’81% in più rispetto alla Francia. E’ chiaro che si deve puntare con decisione ad una diversificazione delle fonti e sul risparmio. Ma il paese ha bisogno di impianti e infrastrutture che vanno realizzati in tempi certi, superando la politica dei veti che rende ogni cosa più difficile ed enormemente costosa.
Alcuni elementi a favore della competitività sono poi contenuti nel Protocollo su welfare e crescita. Mi riferisco alla eliminazione dei contributi aggiuntivi sugli straordinari e all’incentivazione del salario di risultato, ma anche alla conferma delle flessibilità contrattate previste dalle norme Treu e Biagi. Per la validità di questi contenuti abbiamo deciso di sottoscrivere a luglio un accordo che pur ci vede critici sul capitolo che riguarda le pensioni, ma abbiamo condiviso la logica che andava accettato o respinto nella sua interezza.
Ora il Governo deve chiedere al Parlamento l’approvazione del testo che è stato sottoscritto dalle parti sociali, senza modifiche. A partire da quell’accordo, Confindustria ritiene che si possa rapidamente aprire il confronto per un nuovo modello di relazioni industriali.
Fonte: Confindustria
